Casale Anio Novus Ristorante e Ricevimenti | Sito Archeologico
15876
page-template,page-template-full_width,page-template-full_width-php,page,page-id-15876,cookies-not-set,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode-theme-ver-13.1.2,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive

Il percorso archeologico Acquedotto Anio Novus

 

I resti archeologici del ramo dell’acquedotto presenti nella tenuta rappresentano una diramazione dell’acquedotto romano detto Anio Novus.
La tecnica di costruzione degli acquedotti nell’antica Roma raggiunse proprio con l’Anio Novus il proprio apice: con le sue 58,7 miglia circa 86 km era il più lungo mai realizzato!
E non basta. Per l’Anio Novus i documenti ufficiali indicavano una portata pari a quasi 200 milioni di litri al giorno: era il maggiore fra tutti gli acquedotti!
L’imponenza dei resti, che suscitano ancora oggi una grande ammirazione, dimostrano come fosse il più ambizioso e innovativo tra gli acquedotti romani. Come l’Aqua Claudia, l’Anio Novus fu iniziato da Caligola nel 38 d.C., completato da Claudio nel 52 e restaurato dall’imperatore Adriano.
L’Anio Novus captava le acque nell’alta valle dell’Aniene, da cui il nome, al quale venne aggiunto l’aggettivo “novus” per distinguerlo dall’altro acquedotto Anio, di circa tre secoli più antico, che da allora si chiamò “vetus”.
Secondo le indicazioni di Frontino, famoso ingegnere romano, l’Anio Novus derivava le proprie acque dall’Aniene all’altezza del XLII miglio della via Sublacense, ad una quota di circa 340 metri s.l.m.; per aumentarne la qualità, nel 98 d.C., Traiano spostò l’inizio dell’acquedotto, facendolo partire direttamente dal secondo dei tre laghi (fatti realizzare da Nerone) contribuendo, in modo determinante, a migliorare la qualità delle acque, tanto che Frontino poteva magnificarne la purezza e la quantità anche a paragone della pur celebratissima Aqua Marcia.
Arcate galoppanti verso l’Urbe. Con i suoi 92 chilometri di lunghezza (86 prima dell’intervento di Traiano), l’Anio Novus è il più lungo fra gli acquedotti, con un tracciato che per circa l’85% si sviluppa in sotterraneo. Nella prima parte del suo percorso, a differenza dei condotti della Marcia e della Claudia, l’Anio Novus non oltrepassava l’Aniene mantenendosi sulla sponda sinistra del fiume. Più avanti la linea dell’Anio Novus continuava a rimanere sotterranea, affiancata a quella dell’Aqua Claudia, riemergendo soltanto presso gli attraversamenti degli affluenti di sinistra dell’Aniene. Il fosso presso il cimitero di Vicovaro veniva superato con un ponte ad unica luce. A differenza degli altri condotti della valle dell’Aniene, l’Anio Novus, aggirava ad est il Colle Papese fino a raggiungere, in condotto sotterraneo, la valle dell’Empiglione dove si divideva in due rami in località Osteriola. Un tratto si dirigeva verso la collina di Monitola e quindi verso Tivoli; in questo ramo, lo speco, inciso sul fianco della collina, emergeva per attraversare una depressione con una arcata lunga 156 metri, composta da una serie di undici archi in laterizio di epoca tarda che sostengono ancora il canale. Attraversa quindi il fosso dell’Empiglione sul Ponte degli Arci, un imponente manufatto lungo 275 metri e alto non meno di 35, a doppio ordine di archi che sovrastava i più modesti ponti dell’Anio Vetus e della Marcia. Costeggiando il monte Arcese e colle Ripoli, proseguiva in direzione di Tivoli, superato il quale, lungo la via di Pomata faceva decantare le proprie acque nei pressi delle cosiddette Grotte Sconce in una piscina limaria in laterizio, composta da tre ambienti comunicanti e coperta con volte a crociera poggiate su pilastri, riferibile alla fase originaria dell’età di Claudio.
Il percorso prosegue interrato ad eccezione del viadotto in laterizio severiano a sette luci arcuate che permetteva il superamento della valle Arcese, e quello degli Arcinelli. Arriva quindi alla cisterna nei pressi di Gericomio, dove confluiscono i due rami del condotto che proseguono verso Roma.
Particolari del tratto della diramazione da Via Empolitana al monte Arcese. Come detto in precedenza l’Anio Novus prima di Tivoli si divideva in due rami in località Osteriola. Un tratto si dirigeva verso la collina di Monitola e quindi verso Tivoli; l’altro, ovvero quello che passa nella tenuta, attraversata ortogonalmente la via Empolitana, si inoltrava nella valle d’Empiglione, proseguiva nella valle Barberini, attraversava con una lunga galleria il monte Arcese e si dirigeva verso il passo dello Stonio, per ricongiungersi al ramo di Tivoli presso la cisterna vicino a Gericomio.
Quando. Entrambi i condotti sono riconducibili al periodo di Claudio e continuarono ad essere utilizzati, come testimoniato dai restauri presenti su entrambe le diramazioni.
Perché l’Anio Novus aveva questa particolarità, non riscontrabile in nessuno degli altri acquedotti dell’epoca? Secondo alcuni autori la spiegazione va cercata nel lungo periodo di costruzione che fu necessario per realizzare un’opera tanto imponente; l’opera fu avviata infatti da Caligola e completata quattordici anni dopo da Claudio nel 52 d.C.
Durante tale periodo, nuovi tecnici possono aver preferito un percorso diverso, ma non ne è chiaro il motivo; infatti, il beneficio di poter manutenere un tratto limitato del condotto senza interrompere il flusso di acqua verso Roma appare sproporzionato rispetto al costo della soluzione.
Però… Alla decisione deve aver contribuito la presenza di numerose ville e insediamenti lungo il tratto tiburtino dell’acquedotto che con allacci ufficiali e abusivi rischiavano di depauperare eccessivamente la quantità di acqua disponibile per la capitale. La realizzazione del ramo alternativo consentiva agli amministratori di garantire, soprattutto nei periodi di magra dell’acquedotto, i fabbisogni di Roma.
Curiosità. Nelle sue osservazioni Thomas Ashby -grande archeologo che nel 1898 iniziò lo studio sistematico di tutti gli acquedotti riportando tutte le quote di livello di ogni singolo ramo- nota una notevole differenza nei depositi calcarei all’interno dei condotti dei due rami; quello del ramo di Tivoli è ostruito da consistenti depositi che ne riempiono la metà inferiore, mentre quello del ramo di Empiglione mostra solo tracce di depositi. Una possibile spiegazione è dovuta al fatto che per qualche motivo il ramo di Empiglione non sia più stato usato dopo una delle periodiche pulizie; il ramo di Tivoli potrebbe invece essere stato ancora utilizzato per un certo periodo, nel quale però non furono eseguite attività di manutenzione.
Sempre T. Ashby, all’inizio del 1900, ci fornisce la prima documentazione fotografica della diramazione.
Descrizione. Le arcate del ramo della diramazione erano originariamente lunghe 625 metri, e raggiungevano i 25 metri di altezza in corrispondenza del fosso d’Empiglione; erano costituite da 50 o più archi, costruiti principalmente in blocchi squadrati di tufo, ricoperti di calcestruzzo e mattoni in successivi interventi di consolidamento. Le arcate subirono restauri in epoca adrianea, che in questo tratto ricoprono le pietre originali. Superato il fosso di Empiglione, si può ammirare un tratto di sei arcate in discreto stato di conservazione; le ultime due verso sud sono prive dell’ordine superiore e dell’intero condotto.
Qui è ben visibile l’intervento degli architetti adrianei, con un secondo ordine di archi, costruiti all’interno di quelli originari, alti in questo punto fino a 25 metri e con opere di fasciatura e rinforzo in calcestruzzo e mattoni. Sebbene il rivestimento di mattoni non sia più presente, la struttura è ben conservata, mentre il condotto nella parte superiore manca quasi completamente, tranne che in un tratto al di sopra del secondo arco superstite.
Da notare come i pur consistenti restauri adrianei abbiano conservato la bella architettura e le linee pulite della struttura originaria.
Ad esclusione delle tre arcate, in buono stato di conservazione, visibili dalla strada Empolitana, soggetto privilegiato per artisti dei secoli passati, questo tratto fino ad alcuni anni fa era ricoperto dalla vegetazione; di recente è stato ripulito ed è tornato accessibile, fruibile agli studiosi e visitatori ospiti della tenuta.
(tratto dal testo redatto dal Gruppo di Studio del corso di Storia dell’Arte 1 della Luig, Libera Università Igino Giordani, AA.VV., Aqua Anio Novus, cura di Ilaria Morini, in corso di stampa)